Riportiamo di seguito l’articolo di Patrizia Zampieri

Se esco di casa e non so più chi sono, prima ancora di sapere se sono ricco sfondato o pieno di debiti non vorrei forse avere un volto amico vicino?
Il mio bisogno di essere rassicurato non mi condurrebbe sulla persona che sono, sulla mia dimensione di essere umano, prima che sul ruolo che ricopro (marito, padre, ingegnere navale…)?
E se quello che poc’anzi ho detto è vero, non varrebbe comunque la pena di cercarlo questo conforto? Messi alle strette da una situazione senza uscita, non varrebbe la pena di intraprendere un cammino che ci faccia sentire non un po’ meno soli, ma uniti più di prima? Non è forse vero che insieme ad altri ci si sente più incoraggiati?

Tutto cominciò quando incrociai una vicina che mi fermò per chiedermi della mamma. Lei aveva avuto il marito con Alzheimer, per cui si sentiva un po’ tirata in causa. Ma ad un certo punto disse qualcosa di infelice, del tipo “…perché fare questo e questo? Alla fine è solo per farli stare un po’ meglio…”
Garbatamente replicai che in questa vita siamo solo di passaggio… Il nostro minuscolo livello di poveri mortali non può farcela contro un potenziale aggressore come l’Alzheimer.
Ma se l’Alzheimer è appunto un aggressore, la vita è il suo potente contrario. Quaggiù invece, a seconda di come uno reagisce, ci si ferma a posizioni che sembrano smentirsi a vicenda.
Il positivo accusa il colpo, tuttavia cerca ragioni per continuare a vivere. Il negativo non solo si arena, ma cerca addirittura di convincere gli altri che ormai non c’è più niente da fare. Uno è il contrario dell’altro, uno smentisce l’altro. Tale è ormai il tran-tran quotidiano, in ospedale come in parlamento.

Nel mio caso la mia prima preoccupazione fu che la mamma fosse confortata. Ha funzionato: la malattia c’è, ma il suo spirito è sereno.
Proseguo dunque su questa linea, non mi sognerei mai di dire quello che la vicina quel giorno mi disse, perché quel poco che si può ancora fare ha un valore enorme.
Penso a come alimentare il conforto, che tradotto significa normalità, e allora trovo cose semplici come la musica o la natura, e man mano scopro che quelle stesse semplici cose ci portano (insieme) più in alto di quello che eravamo abituate a vivere. La vita prima di tutto bisogna ricominciare a viverla. Eppoi c’è il mistero del dopo. Non può finire così, si può spegnere il cervello, ma non il cuore. E mentre quaggiù ci si interroga, non dovremmo metterci a cercarlo questo conforto? E non dovremmo cercare anche di imparare a darlo questo conforto? Uh, no no…: DOBBIAMO.

PATRIZIA ZAMPIERI

 

La vita prima di tutto bisogna ricominciare a viverla. Eppoi c’è il mistero del dopo. Non può finire così, si può spegnere il cervello, ma non il cuore.
– P. Zampieri –

 

QUESTIONS ABOUT COMFORT

Imagine you go out and suddenly you don’t remember who you are; before wanting to know whether you are very rich or terribly poor wouldn’t you want to see a friendly face close? Your need to be reassured wouldn’t make you connect first with your being rather than with your position in the society (husband, father, professional…)? And if so, having to cope with a dead end situation wouldn’t it be better to go through a way that make us feel closer one to another, instead of “only” less alone? Shoudn’t we try and search comfort always? Isn’t it true that when we are together we feel more encouraged?

All started when a neighbour stopped me and asked for my mum’s health. As she had had her husband with Alzheimer’s, I guess she felt somehow touched. But something unhappy came out of her conversation, such as “…why doing this or that? In the end it’s only to make them feel a little better…” I politely replied that we are here only in transit… How small we mortals feel when faced with a potential aggressor like the Alzheimer disease. Yet if Alzheimer is aggressive, life is its powerful contrary. Nevertheless, whatever position we choose to maintain it always seems that one belies the other. Despite of being hit, Mr. Positive always tries to live at best they can. Mr. Negative not only sinks, but even insists with others that there is no remedy anymore. One is the opposite of the other, one belies the other. This happens to be the daily routine, in hospitals as well as in parliament.

In my case my first concern was to make mum feel comforted. It has worked: the disease is present, but her spirit is peaceful. I honestly disagree with my neighbour, because the littlest you can do is always of big value. I plan how to nurture comfort, i.e. nurture normality, and so I find simple things like music or nature, and step by step I find out that they can bring us (together) on a higher dimension. You know, we had never really lived life, we used to focus on goals to achieve. Then there is the mistery of afterwards… But it cannot end all by death, the brain can switch off, but not the heart. And while the world continue with questions and wonders, shouldn’t we stand up and search first hand for comfort? And shouldn’t we try to learn to bring comfort to others, too? Oh, no…: WE MUST.

PATRIZIA ZAMPIERI

 

 

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